Uso Claude, ChatGPT, Midjourney ogni giorno. Non sono di quelli che la demonizzano. La uso, la consiglio, ci lavoro sopra.
Ma c'è una cosa che non riesco più a ignorare.
Chiunque ora fa il grafico. E si vede.
Non perché sia sbagliato avvicinarsi agli strumenti, è che molti non stanno imparando niente. Stanno premendo "genera" e pubblicando. Stessa palette. Stesso layout. Stessa luce eterea che urla "prompt di 30 secondi".
Scorri Instagram per cinque minuti. Quante stories con lo stesso layout minimalista? Quanti post con quella perfezione plasticosa, quella luce impossibile, quella palette che va bene per tutto e non dice niente?
Il problema non è l'AI. È che la usiamo tutti allo stesso modo, senza metterci nulla di nostro.
L'AI ottimizza. Non osa. E chi non osa, nel tempo, non si distingue.
Ora arriva la parte che nessuno vuole sentire.
L'algoritmo per un po' ti aiuta. Un post generato bene, con le parole giuste, il formato giusto, i tempi giusti, gira. Prende impressioni. Sembra funzionare.
Ma l'algoritmo non costruisce un pubblico. Ti porta davanti a persone. Il gusto le fa restare.
E il gusto non si genera con un prompt.
Il gusto è quello che hai accumulato in anni di esperienze, errori, riferimenti, ossessioni. È la scelta di font che nessun tool avrebbe fatto al posto tuo. È il tono che riconosci dopo tre parole perché è inconfondibilmente tuo. È la coerenza visiva che non nasce da un preset ma da una visione.
Quando tutto intorno a te è ottimizzato, l'unica cosa che non si può ottimizzare diventa il vantaggio competitivo.
Spero che l'algoritmo non impari a premiare l'anonimato. Spero che prima o poi, e ci credo davvero, le persone tornino a fermarsi su quello che le sorprende, non su quello che riconoscono.
Nel frattempo usiamo pure l'AI. Ma sapendo cosa siamo noi e cosa è lei.
Perché se tutto sembra fatto dalla stessa mano, l'unico modo per emergere è avere ancora la propria.